Da Francesco – Agosto 2016

Buongiorno,

sono Francesco, vi seguo da un pò di tempo, ma ho avuto molta esitazione a scrivere del mio caso, per la singolarità della sua risoluzione.

A inizio febbraio 1999, all’età di 39 anni, fui colpito – fulmine a ciel sereno – da emorragia cerebellare al tronco dell’encefalo (regione bulbo-pontina se non ricordassi male), diagnosticata con una TAC nell’immediatezza dell’evento, presentando una emiparesi del lato destro del corpo. Fui ospedalizzato presso la divisione di neurologia dell’Ospedale Civile di Barletta, dove restai ricoverato per un mese, sino a quando la emorragia si riassorbì. A pochi giorni dall’evento emorragico fui sottoposto a risonanza magnetica, che oltre a documentare ancora lo stravaso ematico non ne accertò tuttavia la causa, per la presenza di sangue che oscurava le strutture cerebellari.

Dimesso dall’Ospedale Civile di Barletta, eseguii una seconda risonanza magnetica, questa volta presso la divisione di neuroradiologia dell’Ospedale Policlinico Universitario di Bari, all’epoca diretta dal Prof. Aristide Carella. L’esito fu la diagnosi di un probabile angioma cavernoso (così veniva dettagliato nel referto).

Subito dopo venni inviato all’Ospedale San Raffaele del Monte Tabor di Milano, per effettuare una angiografia digitale e studiare la risoluzione del problema. Dopo il primo ricovero con angiografia digitale, la neuroradiologia del San Raffaele (diretta all’epoca dal Prof. Giuseppe Scotti) in prima battuta non rilevò l’angioma cavernoso diagnosticato a Bari con la risonanza magnetica nucleare. Ad un esame più accurato però, finirono per propendere per la presenza di una MAV.

A distanza di quasi un anno dal primo ricovero milanese, fui così ricoverato ancora e sottoposto nuovamente ad angiografia digitale (Dott. Righi), esame che confermò la presenza della MAV che si decise di trattare durante un nuovo ricovero da effettuare a breve, con embolizzazione, perchè la zona della malformazione artero-venosa non era convenientemente operabile con la chirurgia tradizionale (intervento ad alto rischio quoad vitam, quoad valetudinem), nè si sarebbero prestate le altre tecniche radiologiche interventistiche convenzionali.

Devo sottolineare che durante quella seconda angiografia digitale accusai un lieve malore, con piccole parestesie. Prontamente trattato con successo in reparto, attribuirono l’inconveniente a sopravvenuta sensibilizzazione allergica al mezzo di contrasto.

Dopo circa tre mesi, nuovo ricovero al San Raffaele del Monte Tabor di Milano, sempre presso la divisione di neuroradiologia (Prof. Scotti – Dott. Righi), per intraprendere in anestesia totale l’intervento di embolizzazione.

Il giorno precedente l’intervento mi misero al corrente dei rischi potenziali e di eventuali effetti collaterali che definirono superabili in alcune settimane. In sostanza mi dissero che il settore sede della MAV era profondo ed a basso flusso ematico, quindi non erano certi di riuscire a raggiungerlo con i sondini dell’angiografia, per deporre il collante occlusivo. Mi dissero che nella loro casistica non avevamo mai raggiunto quella zona profonda del tronco dell’encefalo, ma avrebbero comunque provato.

Mi dissero pure che nel caso avessero effettuato l’embolizzazione, il rischio era che piccoli quantitativi del collante biologico potessero sfuggire alla zona trattata e, spostandosi più a valle, occludere altri settori vascolari funzionali, con il rischio di subire un piccolo ictus, evento collaterale che comunque – mi assicurarono – avrei superato in poche settimane con una riabilitazione totale.

Quindi, affrontai l’anestesia generale, fui portato in sala operatoria alle 09:00 del mattino e mi risvegliai verso le 13:00. La prima cosa che feci appena sveglio fu muovere tutti quattro gli arti. Miracolo, si muovevano, erano pienamente sensibili e funzionali. L’ictus potenziale non c’era stato. Fuori dalla camera operatoria, in lettiga incrociai i miei in lacrime che mi dissero: “è finito tutto, il vaso malformato non c’era più”!

Senza una spiegazione scientifica plausibile i medici che mi avevano operato per via endovascolare (tentativo di embolizzazione) mi dissero che il sondino era riuscito a penetrare nel settore vascolare profondo di interesse, ma che pervenuti in loco il contrasto aveva permesso di rilevare che la MAV era ridotta al calibro di capillari, non più soggetta a cateterismo. Per cui non era stato più possibile, nè necessario, praticare alcuna embolizzazione, e quindi il difetto congenito era soggetto a risoluzione spontanea.

A distanza di un anno, nuovo ricovero di controllo all’Ospedale San Raffaele di Milano, nuova angiografia digitale che certificò la totale sparizione della malformazione artero-venosa.

Il Prof. Scotti, direttore della divisione di neuroradiologia, ebbe a dirmi: “la Natura guasta e la Natura a volte ripara”. Credo il mio caso sia più unico che raro e non vorrei ingenerare false speranze ed inconsistenti aspettative in chi legge ed è affetto da MAV. Seguite sempre il parere dei medici e le terapie che vi consigliano.

Dalla mia emorragia cerebellare sono trascorsi ormai quasi 18 anni, io godo – grazie al buon Dio – di ottima salute, non accuso alcun esito invalidante di natura neuro-motoria e tanto meno cognitiva, sto bene e della mia vecchia MAV mi è rimasto solo un pallido, lontano, ricordo.

Grazie per l’attenzione.  Francesco – Barletta

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